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SPIGOLATURE (008)


DA: "La Repubblica" - Sabato 25 gennaio 1997

Il tramonto degli ultimi due boiardi di Stato

Sono i simboli di un modo di fare industria ormai cancellato

di GIUSEPPE TURANI


IL BOIARDO di Stato è un'invenzione tutta italiana. Da un punto di vista fisico si tratta, semplicemente, di grossi dirigenti di aziende pubbliche. Ciò che colpisce, e che ne fa degli animali del tutto anomali nel panorama mondiale, è che sembrano non avere passato. Dirigono grandi imprese pubbliche, anche da 20-30 mila miliardi di fatturato, ma non vengono da famose scuole di management, non hanno fatto, prima, carriera in complessi multinazionali e, se è per questo, nemmeno hanno diretto qualche aziendina emergente delle Marche, della Lombardia o del Nord- Est.

Il boiardo di Stato è una specie di pollo di allevamento dell'industria pubblica. È nato lì, da qualche parte, anche se non sempre si potrebbe specificare esattamente dove e da quale momento in avanti ha cominciato a essere considerato un manager.

In realtà, e sotto questo aspetto i due boiardi di cui si parla di più in queste ore, e cioè Biagio Agnes e Ernesto Pascale, sono assolutamente tipici, si tratta quasi sempre di personaggi a mezza strada fra la politica e l'attività manageriale.

Biagio Agnes è un signore (peraltro molto simpatico) di famiglia cattolica e di grandi amicizie democristiane. Per anni dirige la Rai e quando si tratta di fare posto a gente nuova, viene trasferito alla Stet, una delle più grosse holding italiane. Pascale nasce dentro il giro della stessa Stet. All'inizio si occupava del personale e delle pubbliche relazioni di qualche azienda minore del gruppo e poi, scalino dopo scalino, arriva fino in cima, alla carica di amministratore delegato.

Bastano questi pochi elementi per capire che non ci si trova di fronte a un curriculum classico del manager: capo del personale di qui, direttore marketing di là, responsabile internazionale da un'altra parte. La biografia professionale dei boiardi si consuma tutta quanta fra la Dc (e il Psi) e le industrie pubbliche. Nelle loro vite non c'è altro.

E si sa perché. I boiardi non sono manager tradizionali, ma sono figure professionali uniche al mondo. Non previste da alcun manuale o da alcuna scuola in cui si distribuiscano master in gestione aziendale. Il boiardo di Stato ha quindi una caratteristica che ne fa un manager unico al mondo: probabilmente dedica quasi più tempo a seguire le vicende della politica che non i mutamenti tecnologici o finanziari della propria azienda.

Un errore di finanza o sulle tecnologie può essere rimediato o perdonato, un errore in politica di solito costa il posto e può segnare la fine di una carriera, magari brillantissima fino a quel punto.

Il momento d'oro dei boiardi, forse addirittura la data di nascita della categoria, si fa risalire di solito agli anni Settanta. Sono anni di politica molto movimentata e i manager alla testa delle più grandi aziende pubbliche dell'Eni e dell'Iri si rendono conto che, ognuno di essi, se vuole fare strada, deve essere in grado di avere dietro di sé un certo "pacchetto di voti". Senza buoni santi in Paradiso non si fa strada. Da qui la grande degenerazione (e la nascita del termine boiardo) degli anni Settanta. I manager di Stato si rendono presto conto che hanno in mano un potere forte. Sono alla testa di grosse imprese e quindi dispongono di denaro, di mezzi, possono distribuire posti, mandare avanti opere nei collegi dei politici loro amici, distribuire lavori e stipendi. Dopo un po', quindi, non si limitano più a cercare di indovinare quali sono i politici emergenti, cercano di fare emergere quelli a loro vicini o ai quali il caso e la vita li hanno legati. Si mettono cioè a fare politica direttamente, sia pure dietro le quinte. Nasce così il circuito perverso che avvelenerà tutta la politica italiana e che sarà anche alla base della tempesta di Tangentopoli. I boiardi finanziano la politica e cercano di influenzarla.

I politici da loro aiutati li proteggono in vista di futuri aiuti. E, alla fine, gli uni sono prigionieri degli altri. La politica comanda sull'industria pubblica perché può cacciare i manager, ma l'industria pubblica, a sua volta, comanda sulla politica perché ha in mano i cordoni della borsa.

Più tardi, questo schema elementare si complica ulteriormente perché i boiardi cominciano a diventare molto mobili, politicamente parlando. Oggi sono con la Dc, o i Popolari, poi sono con il Psi, poi con Dini, poi con Alleanza Nazionale o con Forza Italia. E spesso, per capire la politica, bisogna capire esattamente "dove si trova" questo o quel manager perché il suo aiuto a questa o a quella forza politica può risultare determinante. Tipico il caso di Pascale, che nasce in ambienti Dc, ma che qualche anno fa risultava molto vicino a An. E che poi, probabilmente, si deve essere spostato ancora un po'.

È ovvio che una realtà di questo tipo può produrre di tutto, meno che aziende ben gestite, indipendentemente dal valore professionale dei singoli boiardi. E infatti, proprio a partire dagli anni Settanta, le imprese pubbliche si abbandonano a sprechi e a dissennatezze che non hanno eguali in nessun posto del mondo. Sprechi e stupidaggini che in poco più di vent'anni metteranno completamente in ginocchio l'industria pubblica. Negli anni Settanta l'industria privata è in crisi e i politici hanno bisogno che qualcuno faccia qualcosa per il Sud. Quindi mettono al lavoro i boiardi, e questi riempiono il Mezzogiorno di attività in gran parte inutili e destinate al fallimento, ma che riempiranno le loro aziende di debiti colossali, da tracollo finanziario. Cosa che si verificherà puntualmente.

Da qui la convinzione, ormai abbastanza generale, che l'unica cosa da fare, per lo Stato, è privatizzare tutto e liberarsi in modo totale delle proprie aziende. Chiudendo, per sempre, il capitolo dell'industria pubblica. Sotto questo aspetto la Stet, che ha in mano il monopolio delle telecomunicazioni in Italia, e che quindi fa un sacco di soldi, diventa una sorta di ultimo fortino dei boiardi di Stato. Tutti i giorni, i giornali italiani e stranieri si chiedono se lo Stato riuscirà oppure no a privatizzarla.

Perché i boiardi, benché sulla via del tramonto, dispongono ancora di appoggi e amici. E la Stet è il "cuore" di questa battaglia di resistenza. E Agnes e Pascale diventano, loro malgrado, i simboli di una categoria e di un modo di fare industria ormai defunti, ma che forse hanno ancora qualche carta da giocare. Gli ultimi due dinosauri. Ecco perché, al di là delle loro persone, la loro uscita dalla Stet è destinata a segnare l'atto di morte dei boiardi, e anche dell'industria di Stato.


* Comitato Vittime della Sip-Telecom * info@sipvittime.org


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